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La logica della grazia

Chiesa Evangelica Battista di Civitavecchia
Pubblicato da in Spiritualità ·
Tags: Graziaspiritualità
 
Non sono pochi coloro che pensano che tutte le religioni dovrebbero sparire. Sarebbero infatti le responsabili di innumerevoli atrocità, guerre e odi accesi da generazioni. L'ateismo ha come uno dei suoi argomenti principali precisamente questa idea, e il fatto che l'elemento religioso sia attualmente presente in tutta una serie di conflitti armati sembrerebbe dargli ragione. E' necessario chiedersi se tutti costoro sono nel giusto, se in fin dei conti il cristianesimo e l'islam, per esempio, non siano in fondo la stessa cosa.
 
 
E' ben noto l'aneddoto in cui, durante una conferenza sulle religioni comparate in Inghilterra, una serie di esperti discuteva su ciò che rendeva diverso il cristianesimo, se esisteva una dottrina che fosse unica. Dopo aver presentato e scartato varie idee, C.S. Lewis entrò nella sala in cui si stava dibattendo la questione. Lewis chiese il motivo di quella confusione. Gli risposero che stavano discutendo su ciò che distingueva il cristianesimo da qualsiasi altra religione.
 
 
Lewis rispose: “Molto facile. E' la grazia”
 
 
Dopo una breve discussione tutti ammisero che Lewis aveva ragione.
 
Non è vero che tutte le religioni sono uguali, perlomeno non si può mettere il cristianesimo sullo stesso piano con il resto. Ma, oltre a questo, c'è che il concetto della grazia è così speciale che pensare e scrivere al riguardo implica una certa difficoltà.
 
Questa difficoltà è dovuta al fatto che si tratta di una concezione della vita molto diversa dalla nostra. Per complicare ulteriormente le cose, per noi è anche molto difficile capire la giustizia di Dio, concetto strettamente relazionato al precedente. Non è uguale alla giustizia umana, anzi, per noi trattare la giustizia divina significa arrivare alla conclusione che Dio è tremendamente ingiusto.
 
 
Il Dio che presenta Gesù è un Dio d'amore, anzi, un Padre che ama. La grazia procede da questo. L'Abba del Maestro di Galilea non è il Dio che dona la sua grazia e allo stesso tempo chiede giustizia. Non presenta entrambe le cose in parallelo. Elargire la sua grazia e realizzare in essa la sua giustizia non sono la stessa cosa. Nel preciso istante in cui si colloca qualcosa vicino alla grazia, la stessa viene offesa, cessa di esistere, si tocca e si sporca.
 
 
Si afferma continuamente che Dio è amore e giustizia e che perciò ha mandato suo Figlio a morire per noi. In lui si sarebbero realizzati entrambi gli obiettivi. Però, presentare così le cose conduce a svalorizzare la grazia e a non comprendere la giustizia.
 
Pensiamo a un caso ipotetico in cui un innocente sia condannato a morte al posto di un evidente colpevole. Il giudice sa che è innocente, il procuratore e l'avvocato difensore anche. Nonostante questo alla fine del processo il giudice emette la sua sentenza: morte all'innocente volontario per salvare il colpevole. Se questo fosse possibile sarebbe uno dei casi di maggiore ingiustizia della storia giudiziaria ma, siccome viola tutti i principi del diritto, in pratica risulta ridicolo, non è valido neppure come ipotesi.
 
 
Tuttavia è proprio questo ciò che Dio ci dice di aver fatto in Cristo e che evidenzia che il suo concetto di giustizia è diverso dal nostro. Questo perché la giustizia dipende dalla grazia, mai il contrario. Il Salvatore non è venuto a cercare l'uomo, mosso o spinto dal suo desiderio di giustizia, ma dal suo amore. Il versetto più famoso delle Scritture dice: «Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna». Prima c'è la grazia; essa implica la sua giustizia.
 
 
E' esattamente questo che troviamo nei vangeli. Il processo di Gesù violò tutti i principi giudiziari. Apparirono falsi testimoni, c'era un giudice con la ferma intenzione di condannarlo, non ebbe difesa. Il diritto saltò in aria.
 
 
Curiosamente, questo sarà interpretato teologicamente, soprattutto da Paolo, che dirà che qui si è realizzata la giustizia divina. Il contrasto è totale e il non fare differenza tra le due "giustizie" ha condotto la maggioranza dei credenti a non rendersene conto.
 
 
Parlare di Dio come giudice, di Gesù come la vittima innocente e dell'essere umano come il colpevole, distorce tutto il significato biblico della salvezza. Generazioni di cristiani hanno compreso le precedenti dichiarazioni bibliche alla luce del loro ambiente, della giustizia che conoscono e hanno così smesso di capire la grazia. Collocare entrambe in parallelo è un errore. Non si trovano sullo stesso piano.
 
 
C'è una definizione classica che sostiene che la grazia è il dono che Dio offre in modo disinteressato e che l'uomo non merita. Ma la grazia è più di questo... molto di più. Si tratta della dichiarazione d'amore di Dio verso l'uomo perduto e dolente. E' la lettera in cui rivela ciò che sente e che è disposto a fare per lui. La grazia è il capolavoro del perdono divino. La grazia spiega cosa motiva la ricerca dell'innamorato, la sua disperazione per far tornare l'amata tra le sue braccia. E' ciò che spinge il padre, che soffre lo scherno e il disprezzo di suo figlio che decide di dilapidare tutta la sua eredità, a corrergli incontro quando torna pentito. La grazia non cerca compensazione (questo sarebbe giusto secondo i parametri umani). Dio si fa carico di tutte le perdite, prende tutti i danni, riceve tutte le ferite. Questa è la giustizia divina.
 
 
Per l'essere umano è difficile capire che non deve fare niente, che tutto è già stato compiuto, che deve solamente avvicinarsi a suo Padre. Questa comprensione fa sì che la persona cambi, è una grazia che trasforma, l'essere umano non è più lo stesso.
 
 
Mi piace particolarmente la versione cinematografica del capolavoro di Victor Hugo, I miserabili, realizzata nell'anno 1998 con la regia di Bille August. Credo che ciò sia dovuto a una certa mia debolezza per l'attore principale, il magnifico Liam Neeson. Devo però riconoscere che Geoffrey Rush è veramente impressionante nel ruolo di Javert. In certi momenti la sua interpretazione è quasi ipnotica.
 
 
Condannato a 19 anni di lavori forzati Jean Valjean (Liam Neeson) vede la sua vita disintegrarsi. Il suo crimine era stato rubare del pane per fame. Durante questi anni di dura prigionia il suo animo si indurisce per poter sopravvivere in mezzo a uomini che sono diventati, e sono trattati, come animali.
 
Scontata la sua condanna, Valjean continua ad essere considerato da tutti come un ex galeotto. Nessuno ha fiducia di lui, è solo. Dopo quattro giorni per strada, bussa alla porta della casa di un vescovo che lo fa entrare e lo alloggia senza fargli neanche una domanda. Nel cuore della notte si alza, mentre il vescovo e sua sorella stanno dormendo. Afferra le posate d'argento, ma il rumore sveglia il vescovo che lo sorprende. Valjean lo colpisce lasciandolo sul pavimento e fugge con la refurtiva. Il mattino dopo bussano alla porta. Sono tre poliziotti che hanno arrestato Valjean. Vengono solo per restituire la refurtiva, il caso è chiaro e al detenuto lo aspetta l'ergastolo. Ma contro ogni logica il vescovo mente e risponde in un modo che nessuno si aspetta. Dice ai poliziotti di essere stato lui stesso a dargli le posate e non solo, ma anche dei candelabri che aveva dimenticato di prendere. Questi candelabri, continua il vescovo, costano perlomeno duecento franchi ed è stata una grande dimenticanza averli lasciati. Jean Valjean è sconvolto. I poliziotti non credono a quello che stanno ascoltando... ma il vescovo insiste. Allora rimangono soli, il vescovo e Valjean. Quest'ultimo è in stato di shock, non ci capisce niente, e quando riesce ad articolare una parola fa una domanda: Perché?
 
La risposta del vescovo è puro vangelo. Gli dice che con quell'atto compra la sua vita, ma con lo scopo che non la viva come prima.
 
Da allora Valjean cambia radicalmente. E' un uomo che ha conosciuto il perdono e la misericordia.  Fa in modo che il senso della sua esistenza sia esattamente trasmettere e dare questa misericordia a tutti coloro con cui viene a contatto. Tutta la sua durezza, cattiveria, la macerie interiori fanno spazio a un uomo nuovo. Si sente profondamente riconoscente a Dio.
 
Trascorso del tempo, la sua strada torna a incrociarsi con un detective chiamato Javert. Questi era uno degli immisericordiosi poliziotti che aveva avuto durante la sua prigionia e che vigilava i reclusi che realizzavano i lavori forzati. Javert è un uomo che vive per la legge. Per lui esistono solo due tipi di persone: quelle che rispettano la legge e quelle che la violano. Tutta la sua vita gira e si sostiene su questo principio. Cerca sempre di far rispettare l'ordine e la giustizia. Perciò, quando dopo anni riconosce Valjean, diventato ora un sindaco rispettato e benvoluto, tutta la sua motivazione sarà scoprirlo e riportarlo in prigione. L'odio di Javert aumenta sempre più e la sete di vendetta lo corrode. Durante i successivi vent'anni avrà questo unico chiodo fisso. Come lui stesso dirà, la legge non conosce la clemenza. A un certo punto Valjean ha nelle sue mani la vita di Javert. Invece di sparargli lo lascia libero. Il detective lo avverte che avrebbe dovuto ucciderlo perché altrimenti sarebbe tornato a cercarlo. Valjean gli risponde: “Sei già morto” e lo lascia andare. Alla fine, vedendo che tutto il suo mondo di legge e giustizia è crollato, Javert si suicida gettandosi nel fiume davanti allo sguardo perplesso di Valjean al quale, così facendo, salva la vita. La ragione del suicido è che non può vivere in un mondo in cui oltre la legge esiste anche il perdono. Se ha perdonato un trasgressore della legge, deve pagare per questo. Pensa di essere stato vinto, la sua vita cessa di avere significato, non crede compatibili la giustizia che rivendica e il perdono che dimentica.
 
Le ultime immagini del film inquadrano il volto di Neeson i cui occhi sono pieni di lacrime. Comincia ad alleggerire il passo mentre un lieve sorriso di profonda allegria gli riempie il viso. Allo stesso tempo guarda il cielo. La grazia è tornata a dargli vita e ora può far ritorno dalla figlia adottiva per continuare a condividerla.
 
 
La grazia, il perdono e la misericordia hanno la loro propria logica. E' una realtà di provenienza divina che si trova oltre la legge e la giustizia umana. Non comprendere questo significa non capire lo stesso cuore di Dio. La giustizia esige, cerca e imprigiona il trasgressore. La grazia rovescia in modo inaspettato questa giustizia, la trasforma e la realizza dandole un senso e un significato fuori dall'ambito umano. Solo Dio poteva farlo.
 
 
Jean Valjean viveva profondamente riconoscente per il suo incontro con il perdono. Da quel momento non temeva di morire perché quello, come egli stesso arriva a dire, significava aver rubato un poco di felicità e non aveva problemi a pagare per essa. Conosceva da dove veniva e chi era ora. Dal suo incontro con la grazia incarnata in quel vescovo, aveva diretto la sua nuova vita per essere egli stesso il portatore di questa misericordia. Niente e nessuno poteva fargli cambiare idea volontariamente. Questo è ciò che io definisco vivere sotto la commozione della grazia.
 
 
“Grazia significa che non c'è niente che possiamo fare perché Dio ci ami di più... Grazia significa anche che non c'è niente che possiamo fare perché Dio ci ami di meno” (Philip Yancey). HOME

Traduzione dallo spagnolo di Patrizia Tortora



Riflessioni sul significato della vita nel pensiero di Victor Frankl

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“Le grandi cose dell’esistenza sono date solo agli esseri che sanno pregare e il modo migliore di imparare è per mezzo della sofferenza.”

L'inferno, esiste ancora?

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Tags: Infernodiavolosatanacattoliciprotestanti
Nell’udienza papale di mercoledì 28 luglio 1999, l’allora papa Giovanni Paolo II (ora San Giovanni Paolo II) parlò dell’inferno. Ricordo le polemiche che le sue parole causarono. I mezzi di comunicazione, così affezionati al sensazionalismo – perfino quelli specializzati in temi religiosi – annunciarono ai quattro venti titoli come: “L’inferno non esiste e, se esiste, è vuoto!”. Parliamo di ormai 15 anni fa; lo ricordo bene perché allora ero Rettore del Seminario Teologico Battista Internazionale di Cali, Colombia (oggi Fondazione Battista Internazionale) e gli studenti, avidi di polemiche, fecero della notizia il tema di discussione obbligata in ogni classe.

Vivere per grazia

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Tags: GraziaMiserabiliGratuità
Non sono pochi coloro che pensano che tutte le religioni dovrebbero sparire. Sarebbero infatti le responsabili di innumerevoli atrocità, guerre e odi accesi da generazioni. L'ateismo ha come uno dei suoi argomenti principali precisamente questa idea, e il fatto che l'elemento religioso sia attualmente presente in tutta una serie di conflitti armati sembrerebbe dargli ragione. E' necessario chiedersi se tutti costoro sono nel giusto, se in fin dei conti il cristianesimo e l'islam, per esempio, non siano in fondo la stessa cosa.

Dio non ha tutto sotto controllo

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Tags: ProvvidenzaSofferenzaDoloreMalattiaMiracoloControllo
Un teologo battista che ha trascorso un quarto di secolo a riformulare la dottrina Cristiana della Provvidenza dice che la maggior parte della tradizionale teologia sul male, la sofferenza e la bontà di Dio è sbagliata. “Nel 21° secolo viviamo ancora con una visione di Dio nel suo rapporto col mondo che fu elaborata nel periodo patristico e riconfermata nella Riforma Protestante. Questa ha caratterizzato la vita della chiesa nel XVIII, XIX e per la maggior parte del XX secolo”. Così si è espresso E. Frank Tupper, professore emerito di teologia alla Wake Forest University School of Divinity in una trasmissione via podcast.

La sindrome degli amici di Giobbe

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Tags: Giobbe
C’è una canzone di Joan Manuel Serrat che inizia con i seguenti versi: “Di tanto in tanto la vita ci bacia sulle labbra e a colori si apre come un atlante, ci porta in giro per le strade in volo, e ci sentiamo in buone mani.” E finisce dicendo:"Di tanto in tanto la vita ci fa uno scherzo e ci risvegliamo senza sapere cosa succede, succhiando un bastoncino seduti su una zucca."

La sequela di Gesù come alternativa

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Tags: SequelaSpiritualitàGesùDiscepolato
Una delle cose che sorprendono maggiormente quando si leggono i vangeli è il modo in cui Gesù, che pure fu protagonista di seri conflitti con i dirigenti religiosi del suo tempo (sacerdoti del tempio e teologi), sia, anche, un uomo con una profonda spiritualità. Gesù è stato molto spirituale in termini di ricerca e di apertura verso il Mistero, il Trascendente... verso chi sente vicino e personale e a cui si rivolge come Abbà. Parlava di Dio come di un Padre compassionevole e amorevole che vuole la felicità di tutti i suoi figli. Pregava Dio con intensità. La sua spiritualità possedeva, insieme a questa dimensione verticale, una forte dimensione orizzontale, manifestata dalla sua compassione e vicinanza agli ultimi del sistema (malati, poveri, donne, bambini...).

Quando Dio Tace: Imparare a vivere nel silenzio di Dio

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Pubblicato da in Spiritualità ·
Tags: SpiritualitàPreghieraSilenzioRispostaGetsemani
Nella preghiera del Getsemani (Mc. 14:32-36), Gesù manifesta i suoi sentimenti più profondi. Angoscia e tristezza mortale. E’ allora che chiede al Padre (l’Abbà, il “babbo”) di allontanare da lui quella coppa di ineguagliabile sofferenza. In questo avvenimento ci sono due cose da mettere in risalto. Primo, lo stesso figlio di Dio esprime la parte più intima di se stesso ed è trasparente riguardo a ciò che lo affliggeva. Ma, in secondo luogo, quello che chiama l’attenzione, è il silenzio di Dio. Gesù non ha mai ricevuto risposta. Per questo, poco più tardi, griderà dalla croce: «Elì, Elì, lamà sabactàni?», cioè: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt. 27:46).

Fino a quando?

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Tags: SpiritualitàPerdonoGiustiziaVittimeCarneficiVendetta
«Fino a quando aspetterai, o Signore santo e veritiero, per fare giustizia e vendicare il nostro sangue su quelli che abitano sopra la terra?» (Ap. 6:10). Il grido delle vittime che chiede vendetta per quelli che sono stati i loro carnefici giunge fino alla presenza di Dio. Egli, certamente, deve reagire di conseguenza … a meno che le vittime cambino e perdonino i propri carnefici.

Etsi Deus non daretur: Vivere come se Dio non esistesse

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Tags: TeologiaSpiritualitàFedeDioBonhoeffer
L’espressione viene attribuita al teologo e pastore, Dietrich Bonhoeffer (1906-1945). Tuttavia, il vero autore è il giurista, scrittore, poeta e teologo olandese, Hugo Grozio, che la avrebbe pronunciata tre secoli prima. Ovviamente, Bonhoeffer la riprende e la contestualizza dal punto di vista della realtà della sua prigionia: nella cella numero 92, di due metri quadrati per tre, nel carcere di Tegel a Berlino, Germania.
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