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L'inferno, esiste ancora?

Chiesa Evangelica Battista di Civitavecchia
Pubblicato da in Teologia ·
Tags: Infernodiavolosatanacattoliciprotestanti
Nell’udienza papale di mercoledì 28 luglio 1999, l’allora papa Giovanni Paolo II (ora San Giovanni Paolo II) parlò dell’inferno. Ricordo le polemiche che le sue parole causarono. I mezzi di comunicazione, così affezionati al sensazionalismo – perfino quelli specializzati in temi religiosi – annunciarono ai quattro venti titoli come: “L’inferno non esiste e, se esiste, è vuoto!”. Parliamo di ormai 15 anni fa; lo ricordo bene perché allora ero Rettore del Seminario Teologico Battista Internazionale di Cali, Colombia (oggi Fondazione Battista Internazionale) e gli studenti, avidi di polemiche, fecero della notizia il tema di discussione obbligata in ogni classe.
Che cosa disse il Papa? Il tema del suo discorso era stato “L’inferno come rifiuto radicale di Dio”. Parlò della realtà dell’inferno e disse che non era un luogo fisico. Spiegò che è uno stato che il peccatore si costruisce in modo progressivo e definitivo per la sua avversione a Dio e per il suo disprezzo verso il prossimo. Disse che: “L’inferno, più che un luogo, indica la situazione in cui finisce col trovarsi colui che liberamente e definitivamente si allontana da Dio”. La notizia era, perlomeno per i non cattolici, molto positiva (perdonate l’ironia), se consideriamo che fino al Concilio Vaticano II la Chiesa cattolica difendeva la dottrina secondo la quale tutti coloro che fossero stati “fuori dalla chiesa cattolica sarebbero finiti nel fuoco eterno, preparato per il demonio e per i suoi angeli”. Ditemi voi, dunque, se non era una buona notizia per noi protestanti!
Il putiferio per le dichiarazioni papali girò intorno al concetto teologico dell’inferno come stato e non come luogo specifico. Uno stato di separazione eterna dal Dio amorevole. La stessa inquietudine fu causata dalle dichiarazioni del conosciuto teologo evangelico John R. W. Stott quando affermò qualcosa di simile. Stott, con un altro autore inglese, David Edwards, scrisse un libro intitolato: “Evangelical Essentials: A Liberal-Evangelical Dialogue”, testo scritto nel 1988. I due autori dedicarono le ultime sei pagine del loro libro per parlare della natura dell’inferno. Conclusero che gli increduli sarebbero stati completamente annichiliti nel loro destino finale e quindi non avrebbero sperimentato un castigo eterno, come invece era stato insegnato per anni da quelle che essi definirono posizioni tradizionaliste.

La verità è che, nei Vangeli, l’inferno (la Geenna), più che rappresentare un luogo fisico, simbolizza l’esclusione dalla presenza di Dio. In certe occasioni, il simbolo è il fuoco (Marco 9:43), in altre le tenebre (Matteo 8:12), in altre l’Abisso (Apocalisse 9:2,3), ma quello che risalta non è la descrizione fisica del luogo (ovviamente,  non è possibile un luogo di fuoco letterale e al tempo stesso di tenebre), bensì il principio spirituale dell’esclusione dalla presenza divina. E. Y. Mullins, riconosciuto teologo evangelico degli inizi del XX secolo, insegnava in merito a queste affermazioni bibliche che “In maggior parte sono espressioni figurate e simboliche e devono essere interpretate così”. Sono figure che rappresentano lo spaventoso destino di coloro che contraddicono i principi del Regno di Dio e della sua giustizia. Perché l’ingiustizia non sarà eterna!
Quindi, c’è un inferno, ma non quello delle fiamme di fuoco con le anime assetate in mezzo al calore. “La sofferenza fisica non sarebbe un castigo adeguato per i peccati spirituali… (perché) infliggere un dolore puramente fisico al peccatore, non adatterebbe il suo castigo alla natura (spirituale) dei suoi peccati”, afferma il teologo battista della vecchia posizione tradizionale, T. Walter.
Ho citato finora solo autori evangelici, legati all’ortodossia tradizionale, perché sappiamo bene che tra le fila della teologia progressista rimangono pochi autori, sempre che ancora ce ne siano, che sostengano l’esistenza di un inferno letterale, dantesco, dove i peccatori, a causa dell’ira di Dio, ardono in un luogo di fuoco eterno. Per questi, l’inferno è una realtà espressa con un linguaggio metaforico; una realtà che fa appello alla libertà dell’essere umano e all’indubbia esistenza del male (a cui Dio porrà fine).
Tra i teologi latinoamericani più illustri c’è lo scomparso Juan Luis Segundo. Segundo scrisse un testo sull’inferno in un dialogo con la teologia di Karl Rahaner. Diceva il teologo uruguaiano, cercando di interpretare Rahaner, che l’inferno è “un atteggiamento di allontanamento da Dio” che inizia “con questa esistenza dell’essere umano e che Dio rispetta in quella futura”; così “l’inferno non è né più né meno che il dolore con cui feriamo gli altri, o quello che procuriamo, pur potendolo evitare, per timore, pigrizia o abitudine. In una parola, per egoismo”. E’ l’essere umano che condanna se stesso per il suo proprio peccato e, quando muore, la sua condanna, così come il suo ostinato allontanamento da Dio, diventa definitiva.
Da parte sua, Juan Stam, caro teologo e esegeta evangelico, afferma che “molto del linguaggio descrittivo dell’inferno deve essere figurato. Quello del verme che non muore, non serve a estrapolare una dottrina sull’immortalità dei vermi. Fuoco e tenebre sono simboli contraddittori, se si considerano in senso stretto, ma il bruciore del fuoco e il timore dell’oscurità sono simbolismi. Un abisso senza fondo, come ci accade a volte negli incubi, o il trovarsi esclusi da un banchetto, sono altre delle molte figure che descrivono un giudizio finale e un verdetto di morte”.
Tuttavia, nonostante quello che dica la teologia, l’immagine di un inferno con fiamme ardenti e governato da un diavolo con le corna, il tridente e la coda, fatica a sparire. L’immaginario popolare, cattolico e evangelico, continuerà a costruire le sue “verità” sul principio che ciò che si è insegnato, continuerà ad essere insegnato e ciò che è stato letto, continuerà ad essere letto allo stesso modo e con lo stesso significato, nei secoli dei secoli. Come se la fedeltà spirituale fosse sinonimo di ostinazione teologica!
Ad ogni modo, non c’è ragione per smettere di continuare a cercare una fede cristiana che abbia l’amore come principio mobilitante delle buone azioni (l’amore e non la paura) e che abbia Gesù come paradigma della vita di servizio. Solo così riusciremo a comprendere che il concetto dell’inferno è una parte integrante della proposta umanizzatrice del Vangelo che tra simboli e metafore segnala il triste destino delle nostre azioni quando non tengono in considerazione il valore dell’essere umano.
La sfida pastorale – che ci aiutino in questo biblisti e teologi! – è come riscoprire la ricchezza del linguaggio simbolico-metaforico della Bibbia per sviluppare una visione cosmica cristiana che ci aiuti ad interpretare la storia, gli avvenimenti umani e la vita nelle sue molteplici espressioni; che ci dia speranza, che incoraggi la solidarietà e approfondisca la fiducia in mezzo a tanto terrore, ingiustizia e dolore come quelli che vive il nostro mondo. Né il diavolo con corna e coda, né il Dio anziano con la barba bianca, né l’inferno di Dante, né il cielo dei conquistatori spagnoli ci aiutano per questo scopo. Sono letteralismi che, con il desiderio di essere fedeli al testo biblico, finiscono per tradirlo.
L’inferno, seguendo le idee di Juan Luis Segundo, deve essere presentato come un “elemento responsabilizzante e incoraggiante che orienti l’esercizio della libertà del credente per la realizzazione dei suoi valori più profondi”. Quindi, l’inferno esiste ancora, ma non come lo immaginavamo! L’inferno dalle fiamme infuocate, ravvivate dalla forca del demonio e nel quale si consumano gli empi, non ha smesso di esistere, semplicemente non è mai esistito. HOME

(Traduzione dallo Spagnolo di Patrizia Tortora)




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