Chiesa Evangelica Battista di Civitavecchia

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Comunità in conversione ecologica
ECO-COMUNITA'
La chiesa battista di Civitavecchia in TV
Una Eco-Comunità a Civitavecchia - La chiesa battista - Trasmissione di Rai2 - Protestantesimo
Gen. Augusto Spuri della comunità di Civitavecchia
Trasmissione di Rai2 - Protestantesimo sui cambiamenti climatici. Intervista al Gen. Augusto Spuri, membro della chiesa battista di Civitavecchia
Orari dei principali incontri
Domenica
ore 10:30 - Culto
ore 10:30 - Scuola domenicale
Lunedì
ore 21:00 - Prove del coro
Mercoledì
ore 18:30 - Studio biblico
Giovedì
ore 21:00 - Preghiera
Sabato
ore 16:30 - Incontro giovani

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Riflessione Domenica delle Palme

Piccole e grandi ubbidienze
di Italo Benedetti

Luca 19:28-38
28 Dette queste cose, Gesù andava avanti, salendo a Gerusalemme.
29 Come fu vicino a Betfage e a Betania, presso il monte detto degli Ulivi, mandò due discepoli, dicendo: 30 «Andate nella borgata di fronte, nella quale, entrando, troverete un puledro legato, su cui non è mai salito nessuno; slegatelo e conducetelo qui da me. 31 Se qualcuno vi domanda perché lo slegate, direte così: "Il Signore ne ha bisogno"».
32 E quelli che erano stati mandati partirono e trovarono tutto come egli aveva detto loro. 33 Mentre essi slegavano il puledro, i suoi padroni dissero loro: «Perché slegate il puledro?» 34 Essi risposero: «Il Signore ne ha bisogno». 35 E lo condussero a Gesù; e, gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. 36 Mentre egli avanzava stendevano i loro mantelli sulla via. 37 Quando fu vicino alla città, alla discesa del monte degli Ulivi, tutta la folla dei discepoli, con gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutte le opere potenti che avevano viste, 38 dicendo: «Benedetto il Re che viene nel nome del Signore; pace in cielo e gloria nei luoghi altissimi!»

Quanto è fluttuante il nostro linguaggio religioso!
Le nostre affermazioni di fede si affacciano un momento alla nostra memoria per ritornare subito dopo nel dimenticatoio.
Lo stesso succede con tutte le nostre giornate del ricordo: l'olocausto, l'8 marzo, la violenza sulle donne, i diritti umani, la giornata dei rifugiati, il 1° maggio, le raccolte dell'AIL, di Telethon. Durano un giorno. «Mai più...» «per non dimenticare...», ma subito i nostri atteggiamenti tornano più moderati, beh, il Primo Maggio i negozi dovrebbero rimanere aperti... (passata la festa gabbato lo santo).
Per non dimenticare... Mai più... Pace in terra... Gloria nei cieli altissimi... Se queste frasi devono essere più che dei semplici slogan, più che delle buone intenzioni, più che delle posizioni politicamente corrette, esse devono essere vissute non come dei sentimenti, ma come dei comandamenti. Parole che ci richiamino a una stabile ubbidienza, non semplicemente a degli impulsi passeggeri.

Nel nostro testo, la gente fuori Gerusalemme grida: «Benedetto il Re che viene nel nome del Signore; pace in cielo e gloria nei luoghi altissimi!», ma Luca ci ha già avvisati di cosa accadrà dentro Gerusalemme. La gloria e la pace annunciati verranno, ma al costo della croce! Fuori Gerusalemme la gente grida le stesse parole che furono cantate dagli angeli alla nascita di Gesù, ma ora segnano la via verso il Calvario. Quelle dette alla nascita di Gesù non furono solo le belle parole di un annuncio, ma vengono ripetute al preludio della sua passione, perché sono state per Gesù un ruolino di marcia per il suo ministero. A quelle parole Gesù si è attenuto per tutta una vita.
Gesù ha mantenuto fede alle parole profetiche pronunciate su di lui e le ha ubbidite fino a doversi confrontare con la morte violenta. Ha camminato in ubbidienza fino a quando il cammino si è trasformato nella sua stessa passione e morte. Egli è entrato a Gerusalemme come un re che porta la pace, ma lo ha fatto offrendo la sua vita.

Per vivere una vita autenticamente cristiana, dovremmo anche noi assumere l'esempio di ubbidienza di Gesù e permettere che quelle parole: «Benedetto il Re che viene nel nome del Signore; pace in cielo e gloria nei luoghi altissimi!» divengano la parola d'ordine del nostro discepolato.
Per Gesù, l'ubbidienza ha significato portare la croce, per noi può significare portare quelle centinaia di piccole e quotidiane croci che comportano la complessità di tutte le nostre relazioni umane (perché per mantenere le nostre relazioni, qualche volta dobbiamo raccogliere la nostra croce). Questo è il significato dell'altrimenti insignificante dettaglio su cui, nel mezzo del racconto del dramma di Gesù che incede maestoso verso la passione e la morte – che troverà dentro Gerusalemme – il vangelo si sofferma per spiegare come Gesù si è procurato l'asina che lo trasporterà.
Ossia, all'interno del racconto della grande ubbidienza di Gesù si svolge anche la piccola ubbidienza dei discepoli che vanno a cercare l'asina. E così facendo, la loro piccola storia personale viene legata alla grande storia della redenzione raccontata nel vangelo. L'ubbidienza è la materia di cui è fatta la speranza. La speranza, senza l’ubbidienza, è una pia illusione. Tu devi essere ubbediente in quello che ti è richiesto, perché così farai parte di quello che speri. Tu uomo puoi anche osservare il giorno contro la violenza sulle donne, ma se non lavori sulla tua cultura maschilista e non cerchi di lavorare sui tuoi atteggiamenti in famiglia, l'osservanza della giornata sarà senza significato e senza efficacia. Non puoi legittimamente sperare che il problema del femminicidio venga superato se non c'è in te l'impegno a cambiare; e la soluzione non ti apparterrà se non hai partecipato. Lo stesso avviene per le grandi affermazioni della fede, se non producono niente in te, come puoi sperare che la fede vinca il mondo...

La gente che oggi osanna Gesù, fra cinque giorni griderà «crocifiggilo!» La gente gridava: «Benedetto il Re che viene nel nome del Signore; pace in cielo e gloria nei luoghi altissimi!», ma non lo intendeva veramente... quando è stato il momento non ci ha creduto che Gesù veniva nel nome del Signore.
Quella che talvolta si vede accadere persino dento questa sala. Questo, che è il luogo dell'annuncio dell'evangelo e della preghiera d'intercessione, diventa il luogo del malanimo e dell'offesa al fratello. Lo stesso luogo, le stesse persone... Volete sapere perché può avvenire una cosa del genere? Perché ci riempiamo la bocca di parole evangeliche, ma non le ubbidiamo. Perché sappiamo che dobbiamo prendere la nostra croce, ma non abbiamo nessuna intenzione di rinunciare alla nostra ragione e non abbiamo nessuna intenzione di subire un torto, e invece di correre a raccogliere la croce, quando se ne presenta l'occasione corriamo al pulpito da dove emettere le nostre sentenze. Ma facendo così, rifiutando l'ubbidienza alla parola e all'esempio di Cristo, la nostra vita pian piano si slega da Cristo. Se i discepoli non fossero andati a cercare l'asina, la loro storia non avrebbe fatto parte degli eventi della storia della salvezza! Se il nostro discepolato non è riempito dei contenuti dell'ubbidienza non faremo parte della realizzazione della nostra speranza di salvezza.
Senza ubbidienza, la chiesa diventa come il mondo. E quando il mondo entra nella chiesa, ciò avviene per un solo motivo: la mancanza di speranza. Nel profondo crediamo che la chiesa sia la stessa cosa del mondo, con i suoi valori e i suoi rapporti di sopraffazione; crediamo che Cristo non ha portato alcuna trasformazione, crediamo che il fratello è uno dal quale ci dobbiamo difendere, crediamo che il mondo perirà senza possibilità di salvezza e che Cristo è morto inutilmente perché tutto è rimasto, è e rimarrà come prima. La mancanza di ubbidienza è un atto di disperazione e, in ultima analisi, di incredulità. Questo è il peccato che commettiamo.

Però, cari fratelli e sorelle, Cristo è stato obbediente anche di fronte alla nostra incredulità, ed è entrato a Gerusalemme per essere giudicato e crocifisso per noi. Anche per noi che non abbiamo ancora imparato a prendere la nostra croce. Gesù l'ha fatto perché la misericordia di Dio, la grazia di Gesù Cristo e la sua fedeltà sono più grandi del nostro peccato, dei nostri limiti e della nostra infedeltà. Lo ha fatto perché, a dispetto della nostra disperazione e della nostra incredulità, noi avessimo novità di vita; perché l'ultima parola del vangelo è sempre la grazia, la vita e una nuova occasione. AMEN
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Riflessione

Gesù cerca ed accoglie
di Italo Benedetti
Domenica 31 marzo 2019

1 Tutti i pubblicani e i peccatori si avvicinavano a lui per ascoltarlo. 2 Ma i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
3 Ed egli disse loro questa parabola:
«Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane di loro disse al padre: "Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta". Ed egli divise fra loro i beni. 13 Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, messa insieme ogni cosa, partì per un paese lontano e vi sperperò i suoi beni, vivendo dissolutamente. 14 Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una gran carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora si mise con uno degli abitanti di quel paese, il quale lo mandò nei suoi campi a pascolare i maiali. 16 Ed egli avrebbe voluto sfamarsi con i baccelli che i maiali mangiavano, ma nessuno gliene dava. 17 Allora, rientrato in sé, disse: "Quanti servi di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Io mi alzerò e andrò da mio padre, e gli dirò: 'Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: 19 non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi servi'". 20 Egli dunque si alzò e tornò da suo padre. Ma mentre egli era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione; corse, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 E il figlio gli disse: "Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: non sono più degno di essere chiamato tuo figlio". 22 Ma il padre disse ai suoi servi: "Presto, portate qui la veste più bella e rivestitelo, mettetegli un anello al dito e dei calzari ai piedi; 23 portate fuori il vitello ingrassato, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato". E si misero a fare gran festa. 25 Or il figlio maggiore si trovava nei campi, e mentre tornava, come fu vicino a casa, udì la musica e le danze. 26 Chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa succedesse. 27 Quello gli disse: "È tornato tuo fratello e tuo padre ha ammazzato il vitello ingrassato, perché lo ha riavuto sano e salvo". 28 Egli si adirò e non volle entrare; allora suo padre uscì e lo pregava di entrare. 29 Ma egli rispose al padre: "Ecco, da tanti anni ti servo e non ho mai trasgredito un tuo comando; a me però non hai mai dato neppure un capretto per far festa con i miei amici; 30 ma quando è venuto questo tuo figlio che ha sperperato i tuoi beni con le prostitute, tu hai ammazzato per lui il vitello ingrassato". 31 Il padre gli disse: "Figliolo, tu sei sempre con me e ogni cosa mia è tua; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato"».
Luca 15:1-3; 11-32

Questo testo presenta una difficoltà spesso insormontabile per i predicatori: è troppo conosciuto. Appena uno sente dire: «Un uomo aveva due figli» subito pensa: “ah, questa la so, è il figliol prodigo”. Quindi, la prima sfida è di fare in modo che questo testo venga ascoltato bene e fino in fondo, ricordando, come diceva Eraclito, che non ci si può immergere due volte nello stesso fiume, c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare.

Ci sono essenzialmente tre errori che si commettono con questo testo, ma tutti derivano dal primo.
1. Allegorizzare il racconto. L’allegoria è un antico metodo di interpretazione della Scrittura che persino Gesù, Paolo e Agostino di Ippona hanno utilizzato con grande profitto. Non è di per sé sbagliato, ma rischia di portarti facilmente sulla strada sbagliata. Il metodo dell’allegoria assegna ad ogni aspetto di un racconto un significato recondito esterno al racconto stesso. Per esempio, il nostro testo viene allegorizzato quando si dice che il figlio prodigo che decide di tornare a casa è il credente pentito, il fratello maggiore che si offende per le decisioni del padre sono i farisei ebrei, e il padre accogliente è Dio. Questa interpretazione ha il difetto 1) di isolare il significato dal suo contesto letterario, cioè il significato non viene tratto dal complesso del racconto, ma solo da tre elementi che non sono neppure presenti nel testo; 2) di sminuire il messaggio di Gesù che l’ha raccontata; e 3) di rendere una falsa immagine dei farisei, in chiave antisemita.
2. Teologizzare il significato. Il testo ha ovviamente un significato teologico, ma esso viene forzato dentro uno schema precostituito come la ricotta dentro la formella. Per cui, questa parabola racconta della misericordia di Dio che accoglie sempre il peccatore pentito. Non è che questo significato sia assente dal testo, però così facendo ci siamo persi il valore delle relazioni presenti nel testo. Siamo sicuri che l’unico messaggio di questa parabola sia quello sulla grazia?
3. Contrapporre i personaggi. Il racconto tira il lettore come il cane al guinzaglio. Se il cane ti tira tu sai perché e devi assecondarlo, però tu sai che non esiste solo il bisogno del cane, ma anche il decoro cittadino di cui devi anche tenere conto, per cui prima lasci il cane fare e dopo ti preoccupi di lasciare pulito.
Allo stesso modo, i discorsi dei personaggi della parabola, che descrivono le motivazioni che muovono le loro azioni, prendono il sopravvento e lasciano sullo sfondo i fatti che accadono nel racconto; per cui gli aspetti simpatetici dei caratteri prevalgono sugli aspetti narrativi e ti portano a parteggiare per uno o per l’altro. Il più giovane parte per un paese lontano, il maggiore resta a casa. Il giovane si pente amaramente e chiede di tornare come schiavo senza diritti, il maggiore si lamenta di essere stato trattato come schiavo senza aver mai ricevuto nulla. Il giovane era morto, ma è tornato vivo; era perso ed è stato ritrovato; il maggiore è sempre stato con il padre. Il giovane è l’ospite d’onore della festa, il maggiore viene avvisato da un servo quando torna stanco da una giornata di lavoro. Il testo “tira” verso il figlio prodigo, e nella nostra testa parte automaticamente il sottofondo di “stupenda grazia” e cominciamo a commuoverci prendendo la nostra decisione a favore del figlio prodigo. Ma il figlio prodigo non è neppure il personaggio principale della parabola, che invece è il padre amorevole. Insomma, il nostro compito è di non farci catturare dai messaggi emotivi che ci fanno parteggiare per uno o per l’altro, ma di ascoltare anche gli altri messaggi che ci vengono dal racconto.

Sono tre anche gli elementi della parabola da non sottovalutare:
1. Il primo è che Gesù racconta questa parabola in risposta ad una mormorazione degli scribi e dei farisei che dicevano di Gesù: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». La nostra è l’ultima di tre parabole che Gesù racconta per rispondere alle critiche degli scribi e dei farisei. Nella prima parla di un pastore che lascia le 99 pecore del suo gregge per cercare l’unica che si è persa. Nella seconda parla di una donna che spazza tutta la casa per cercare una delle dieci dracme che aveva perso. La terza parla di un padre che aspetta sulla porta di casa il ritorno di un figlio scapestrato. Il punto, quindi, riguarda il fatto se ci sia qualcosa di sbagliato nell’accogliere i peccatori e di mangiare con loro come viene rimproverato a Gesù. La questione riguarda quindi l’atteggiamento di Gesù verso i peccatori. Il padre della parabola è come il pastore e come la donna, sono tutti personaggi di una storia che vuole banalmente dire che chiunque perde qualcosa che gli appartiene, la cerca. Ecco spiegato perché Gesù «accoglie i peccatori», perché Dio li cerca!
2. Il secondo elemento è che il padre spiega al figlio maggiore che: «bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato». Come il pastore con la pecora smarrita e come la donna con la dracma perduta, anche il padre della nostra parabola vuole festeggiare il ritrovamento di qualcosa di perduto. Ed ecco spiegato perché Gesù «mangia con loro», con i peccatori, perché: «v’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si ravvede».
3. Il terzo elemento da non sottovalutare è che, nel racconto, il padre esce di casa due volte e non soltanto una, e non soltanto per il figlio prodigo, ma anche per il figlio maggiore: «Egli si adirò e non volle entrare; allora suo padre uscì e lo pregava di entrare». Accogliendo il figlio, il padre non fa una scelta di parte, non prende decisioni che danneggino il figlio maggiore, non è meno sollecito verso di lui, anzi, esce di casa per la seconda volta proprio perché non può neppure immaginare di festeggiare senza entrambi i figli. Ecco perché scribi e farisei non dovrebbero criticare l’accoglienza di Gesù verso i peccatori e la sua abitudine di entrare nelle loro case per mangiare, perché ciò non toglie nulla agli altri, infatti: «tu sei sempre con me e ogni cosa mia è tua». Il senso della parabola è che Gesù accoglie i peccatori e mangia con loro perché Dio cerca i figli che ha perduto e festeggia quando li ritrova.

È da qui che dobbiamo partire per applicare a noi questa parabola.
Essa ci invita a identificarci con ciascuno dei suoi personaggi, e non solo con il figlio prodigo.
 Ma chi di noi non ha mai disprezzato, rovinandolo, l’amore che riceveva? Chi di noi non può identificarsi con il figlio prodigo che non capisce quello che ha e lo spreca per una illusione di avere di più dalla vita? Chi non capisce che si andrebbe anche come schiavi nel luogo che ti può dare una speranza di vita?
 E chi di noi non si è mai sentito escluso, emarginato, non apprezzato, o non amato e ha provato delusione, invidia e paura di essere trascurato, abbandonato, ignorato? Chi di noi non può identificarsi con il figlio maggiore che non riesce a capire la gioia del padre per un figlio pigro, scialacquatore e ingrato? Chi non capisce che in una situazione già difficile si possa temere che altri potrebbero peggiorarla e farti sentire uno schiavo quando dovresti sentirti a casa tua?
 E chi di noi non ha aspettato a lungo e con ansia – magari inutilmente – il ritorno e la riconciliazione con qualcuno amato? Chi di noi non può identificarsi con il padre pronto a perdonare qualsiasi torto subito pur di riabbracciare il figlio perduto? Avete notato che un figlio tornerebbe a casa anche come schiavo e l’altro si sente a casa propria come uno schiavo? Ma chi di noi potrebbe permettere che qualcuno che amiamo si senta uno schiavo in casa nostra, avesse pure sbagliato o no?
Questa parabola ci insegna a saper accettare la grazia, a capirne le ragioni, da qualunque punto di vista. Perché la grazia è difficile da accettare, ci si può sentire indegni di essa, ci si può sentire offesi da essa, e può essere scambiata con qualcosa da meritare o con qualcosa di ingiusto. Allora deve essere compresa per quello che è: una espressione di amore gratuito. Questo fa la parabola.

Gesù viene accusato da scribi e farisei di accogliere chi non dovrebbe essere accolto. Gesù risponde che chiunque cercherebbe qualcosa che ha perduto e festeggerebbe se la ritrovasse. Dio non esclude, egli cerca e gioisce, e per questo è venuto Gesù. È il senso stesso del suo ministero. In questa parabola tutto gira intorno alla parola accoglienza, ed è un appello a riconoscere che chiunque di noi spera che qualcuno ci cerchi quando ci siamo persi, che ci accolga quando ci sentiamo esclusi, e che ci ami nonostante i nostri torti.
Quindi è anche un invito a non chiudere il cuore davanti a chi si è perduto, sia “spiritualmente”, sia letteralmente in mezzo al mare. È anche un invito a non far mai sentire nessuno un escluso, un emarginato, sia perché ha paura di essere lasciato indietro, sia perché è diverso, facendolo sentire indesiderato, sgradito. Quando ci si sente perduti o esclusi non fa una grande differenza se dietro c’è un motivo spirituale, morale, o ideologico, si desidera solo essere trovati ed accolti.
In ultimo, la parabola è un invito ad essere attivi, propositivi nell’amore. L’amore si dimostra nella sollecitudine, nell’iniziativa. Il messaggio della parabola è che il ministero di Gesù rappresenta l’iniziativa di Dio di amarci, di cercarci e di entrare nella nostra vita. L’amore sollecito si dimostra anche stando in attesa, alla finestra, sulla porta, o sulla banchina di un porto. Oppure si dimostra rassicurando, e invitando a partecipare alla gioia dell’accoglienza, perché la grazia non toglie nulla a nessuno.
Questa parabola è un invito a coltivare la speranza che Dio ci cerchi quando ci sentiamo persi e lontani, che ci chiami quando ci sentiamo esclusi e trascurati, e che ci ami nonostante i nostri torti e i nostri errori. AMEN

Riflessione
Un amore "eterno"
di Italo Benedetti
17 febbraio 2019

1Giovanni 4:9
In questo si è manifestato per noi l'amore di Dio: che Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo affinché, per mezzo di lui, vivessimo.

Questo verso biblico afferma che Dio ha fatto conoscere il suo amore per noi mandando suo Figlio Gesù nel mondo in modo che noi potessimo vivere per mezzo suo. Dio, per farci conoscere il suo amore, non ci ha mostrato un sentimento, ma ha mandato per noi Gesù. L’amore di Dio si è fatto carne e sangue come noi siamo carne e sangue. Gesù è Dio calato nella realtà umana.
Dio non ci ha comunicato il suo amore attraverso dei sentimenti, ma lo ha calato nella nostra realtà. Anche il nostro amore non può rimanere sentimentale. Dio ci scampi dai nostri sentimenti fluttuanti, che un giorno sono intensi e un altro sono fiacchi, che oggi sembrano immortali e domani sono finiti! Di un amore sentimentale non puoi mai essere sicuro.
L’amore di cui noi abbiamo tremendamente bisogno deve essere «eterno», questo è l’aggettivo con cui iniziano tutte le storie d’amore. Con eterno intendiamo stabile, fedele, che cresce ogni giorno nella relazione, che non ti lascia solo e che non finisce con un «non ti amo più».
Per avere queste caratteristiche di eternità di cui sentiamo tanto il bisogno nella vita, l’amore ha bisogno di essere sacrificale, che poi significa calato nella realtà, quella realtà umana che è fatta di errori, di cambiamenti, di infedeltà. Spesso la realtà è che le persone non sono sempre amabili e non sempre si meritano l’amore, noi compresi. Sacrificale significa pronto a pagare il prezzo del valore dell’amore, perché una vita senza amore perde molto del suo significato.
L’amore di Dio manifestatosi in Gesù, che si è chinato verso di noi e ha sacrificato per noi qualcosa di sé, ci ha resi capaci di calare l’amore nella concretezza della realtà e delle persone per renderlo eterno.
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Riflessione
Si, caro cristiano,
hai bisogno della Chiesa
di: Josh Buice
24 Novembre 2017

L’idea che, da qualche parte lungo il cammino della rettitudine, mettiamo da parte il nostro bisogno di chiesa, sembra essere una delle trappole più diffuse. Forse hai incontrato qualcuno che era troppo impegnato per la chiesa o hai incoraggiato coloro che pensavano di essere troppo importanti per la comunità: ciò che una volta era l’aspetto centrale della loro vita, è diventato un passatempo occasionale. Di tanto in tanto, abbiamo tutti bisogno di un salutare suggeritore che ci ricordi la necessità della chiesa in tutte le stagioni e i successi della vita.
Abbiamo bisogno della Chiesa per il culto, non per l’intrattenimento o la performance.
Quando la chiesa primitiva è dipinta nelle prime pagine di Atti (Atti 2: 4247), vediamo la scena di un’assemblea in adorazione. Concentrato attorno alla Parola, il popolo rispondeva a Dio attraverso una vita che rifletteva il ritmo del culto: non vedi persone alla ricerca del loro genere musicale, che usano la chiesa come un palcoscenico al fine di soddisfare il proprio fabbisogno narcisistico di essere visti, di farsi ascoltare e di esibirsi; vedi un popolo unito nell’adorare il Dio superno che creò l’universo dal nulla e lo trasse in salvo attraverso il sangue di Cristo.
Molto spesso, nella mia esperienza di vita ecclesiastica e di ministro, ho notato che il meno è un plus: una concentrazione maggiore su Dio, e meno pragmatismo, è sempre una dieta molto più salutare per la chiesa.  
Abbiamo bisogno della Chiesa per una crescita spirituale.
Nella prima lettera alla chiesa di Tessalonica, Paolo spiega la chiamata della chiesa a vivere delle vite sante, responsabili e che esaltino Dio (1 Tessalonicesi 3:12-4:12). Senz’altro bisogna affermare che la crescita spirituale nella chiesa richiede anche persone dedite alla disciplina ecclesiastica (vedi Matteo 18). La Parola di Dio sottolinea il fatto che la Sua volontà non è mai per il cristiano affinché cresca vaccinato spiritualmente o su un’isola deserta. Attraverso la comunità di una chiesa locale, il popolo di Dio esercita all’unisono i suoi doni spirituali e, da questo, ne consegue l’accrescimento spirituale. Nella chiesa tutti contano! La chiesa non è un edificio, è un popolo chiamato per la gloria di Dio. È impossibile essere parte della Sua chiesa senza immergerti nel corpo locale dei seguaci di Cristo.  
Abbiamo bisogno della Chiesa per un’amicizia Cristo-centrica.
Come leggiamo ne “Il Pellegrinaggio del Cristiano” di John Bunyan, abbiamo bisogno di compagnia lungo il viaggio della fede. Non siamo programmati per scalare il nostro sentiero verso la Città Celeste da soli. Cristo ci ha dato teneramente una sequela di pellegrini e sarebbe una decisione che affligge l’anima, la pretesa di affrontare la vita senza un’amicizia Cristo-centrica. Questo vale per tutti i membri di chiesa, i pastori che la guidano inclusi. L’amicizia cristiana ci consente di cercare suggerimenti, ricevere responsabilizzazione, rimanere saldi nella fede e incitare l’altro a carità ed a buone opere (Ebrei 10:24-25). Se le persone della tua chiesa non ti conoscono, non sei veramente parte di essa.
Abbiamo bisogno della Chiesa per la guida biblica.
Il tour autogestito della cristianità non esiste, non è praticabile per un vero credente. Insieme agli anziani che sono chiamati a pascerla fedelmente (vedi 1 Pietro 5:1-11), Dio ha sovranamente designato la sua Chiesa. Come sarebbe folle per un inesperto analista dati lasciare il suo buco di New York e organizzare un meeting tenuto in solitaria sull’Everest, così sono questi che pensano di poter navigare per un mondo aspro e decaduto senza
presentarsi ai loro pastori. In un’epoca in cui Youtube e Google propinano qualsiasi ricetta o video su “come fare”, possiamo solo immaginare cosa può succedere, ma Dio non ha chiamato Google o Youtube per servire come nostri pastori.   
Abbiamo bisogno della Chiesa per le missioni.
Nel momento in cui Cristo era in procinto di lasciare il suolo terrestre, pronunciò alcune parole estremamente importanti per i suoi seguaci. Egli disse: “Ogni podestà mi è data in cielo, ed in terra. Andate adunque, ed ammaestrate tutti i popoli; battezzandoli nel nome del Padre, e del Figliuolo, e dello Spirito Santo; insegnando loro di osservare tutte le cose che vi ho comandate. Or ecco, io son con voi in ogni tempo, infino alla fin del mondo” (Matteo 28:18-20). Il Grande Mandato non è un grande suggerimento. È un comandamento che ci è stato dato da Cristo, ma dobbiamo ricordare che non può essere osservato in solitudine. Da solo, usando soltanto organizzazioni para-ecclesiastiche, persino un milite cristiano (che è un ossimoro) non è in grado di portare a compimento il Grande Mandato. Se un singolo cristiano vi si impegna con dedizione, deve essere attraverso il contesto di una locale, tangibile, chiesa neotestamentaria.
La chiesa non è un’opzione per alcuni, è un mandato per tutti i cristiani. Essere cristiano presuppone partecipazione alla comunità locale. Una volta, Charles Spurgeon sottolineò: “Nessuno può far tanto danno alla chiesa di Dio, quanto l’uomo che è tra le mura ma non nel mezzo della sua vita”. Nel momento in cui passiamo attraverso le varie stagioni della vita, dobbiamo evitare l’arrogante ed auto-sufficiente ideologia dell’autonomia spirituale: non ha un lieto fine.
Trasmetterai questo messaggio ai tuoi amici?

(Traduzione dall'inglese di Luca De Benedictis)

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Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani 2019

Per chi viene il Regno di Dio?
di Italo Benedetti
(22 gennaio 2019 - Parrocchia di Pantano - Civitavecchia)

Luca 4:14-30
14 Gesù, nella potenza dello Spirito, se ne tornò in Galilea; e la sua fama si sparse per tutta la regione. 15 E insegnava nelle loro sinagoghe, glorificato da tutti.
16 Si recò a Nazaret, dov'era stato allevato e, com'era solito, entrò in giorno di sabato nella sinagoga. Alzatosi per leggere, 17 gli fu dato il libro del profeta Isaia. Aperto il libro, trovò quel passo dov'era scritto:
18 «Lo Spirito del Signore è sopra di me,
perciò mi ha unto per evangelizzare i poveri;
mi ha mandato per annunciare la liberazione ai prigionieri
e il ricupero della vista ai ciechi;
per rimettere in libertà gli oppressi,
19 per proclamare l'anno accettevole del Signore».
20 Poi, chiuso il libro e resolo all'inserviente, si mise a sedere; e gli occhi di tutti nella sinagoga erano fissi su di lui.
21 Egli prese a dir loro: «Oggi, si è adempiuta questa Scrittura, che voi udite». 22 Tutti gli rendevano testimonianza, e si meravigliavano delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca, e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?» 23 Ed egli disse loro: «Certo, voi mi citerete questo proverbio: "Medico, cura te stesso; fa' anche qui nella tua patria tutto quello che abbiamo udito essere avvenuto in Capernaum!"» 24 Ma egli disse: «In verità vi dico che nessun profeta è ben accetto nella sua patria. 25 Anzi, vi dico in verità che ai giorni di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e vi fu grande carestia in tutto il paese, c'erano molte vedove in Israele; 26 eppure a nessuna di esse fu mandato Elia, ma fu mandato a una vedova in Sarepta di Sidone. 27 Al tempo del profeta Eliseo, c'erano molti lebbrosi in Israele; eppure nessuno di loro fu purificato; lo fu solo Naaman, il Siro».
28 Udendo queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni d'ira. 29 Si alzarono, lo cacciarono fuori dalla città, e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale era costruita la loro città, per precipitarlo giù. 30 Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.
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Grazie dell’invito e dell’accoglienza in questa parrocchia; un caro saluto a tutto il popolo cristiano raccolto qui e a tutti i ministri delle diverse chiese rappresentate, ringrazio il vescovo don Luigi Marrucci della sua presenza e Felice e Lucia Mari che tanto si adoperano perché questa settimana di preghiera riesca così bene.
Mi sono preso la libertà di allargare il testo della predicazione al suo contesto perché mi pare essenziale alla sua comprensione. In particolare, così si capisce lo schema degli avvenimenti raccontati; per esempio, che ci sono due discorsi di Gesù e due reazioni alle sue parole. L’insieme compone un unico messaggio, che non è un banale “ricordatevi dei poveri” …

Dopo essersi fatto battezzare da Giovanni battista nel Giordano e dopo aver superato le tentazioni nel deserto, Gesù ritorna in Galilea, la sua regione di provenienza. Là predica e compie opere potenti acquistando fama e riconoscimenti. Nel suo giro include anche Nazareth, la città nella quale era cresciuto e aveva sempre vissuto. La sinagoga nella quale predica doveva essere quella nella quale era cresciuto; piena di zii e parenti, amici di famiglia, cugini e compagni, ma anche i genitori, i fratelli e le sorelle (…). Entrato, segue lo svolgimento consueto del rito della sinagoga, gli porgono un rotolo dal quale deve leggere la lezione del giorno e poi commentarla. Il rotolo che gli tendono è quello di Isaia, dal quale legge i primi due versetti del capitolo 61. Lo legge in piedi, poi riconsegna il rotolo all’attendente, si siede e tutti si dispongono all’ascolto.
Nel suo discorso, Gesù applica a sé stesso le parole del profeta e dice che c’è una buona notizia per i poveri, i prigionieri, gli ammalati e gli oppressi; che lo Spirito di Dio lo ha investito e lo ha unto per portare questa buona notizia e proclamare che questo sarà l’anno della benevolenza di Dio; che la parola del profeta si realizza lì, davanti ai loro occhi. La profezia di Isaia risulta una sorta di programma, di manifesto del ministero di Gesù appena iniziato.

Le cose vanno alla grande, viene detto che «tutti gli rendevano testimonianza, e si meravigliavano delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca». Tutti! Questa non è l’unica volta in cui nel vangelo di Luca viene detto che la reazione al messaggio di Gesù è caratterizzata da meraviglia, ammirazione e stupore, “ma questo non è il figlio di Giuseppe il falegname?” Questa è la reazione genuina, appropriata, autentica, adeguata alla buona notizia che Dio è all’opera nel mondo in Gesù: meraviglia, ammirazione, stupore. È la reazione che dovrebbe provocare in noi la lettura del vangelo, il suo ascolto. Dovremmo essere affascinati da Gesù. Comunque, la comunità di Gesù accoglie con favore ed orgoglio le parole di questo loro figlio: “quanta povertà e ingiustizia c’è per le strade della nostra povera città, quanti sono in prigione, quanti ciechi, quanti lebbrosi, quanta oppressione da parte dei romani” …

Ma i compaesani di Gesù ancora non sanno quello che sappiamo noi, cioè che Gesù non è esattamente il figlio di Giuseppe il falegname, ma è il Figlio unigenito di Dio, la Parola di Dio incarnata, il Cristo. Il suo ministero non ha né come obiettivo, né come priorità la comunità di Nazareth. Gesù, che ha capito l’equivoco in cui sono caduti i suoi parenti e compaesani, è costretto a fare un secondo discorso, con due punti:
1. Cita un proverbio: «Certo, voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso; fa’ anche qui nella tua patria tutto quello che abbiamo udito essere avvenuto in Capernaum!”» che più o meno significa: “se tu sei la realizzazione di tutte queste promesse, è in mezzo a noi, nella tua patria, nella tua comunità, che devi – prima di tutto – operare con la tua potenza. Non è che prima dici che sei il compimento delle promesse profetiche e poi te ne vai altrove senza che noi beneficiamo della tua potenza!” Ma Gesù, incomprensibilmente, rovina tutto il clima di sostegno che aveva creato, annunciando che a Nazareth non avrebbe compiuto alcun segno: «In verità vi dico che nessun profeta è ben accetto nella sua patria».
Per capire bene bisogna notare due cose: la prima è che Gesù con questo proverbio afferma di essere un profeta: “ah… e quand’è che sei stato unto profeta?” si chiedono i suoi compaesani e parenti.
La seconda cosa da notare è questa, che un profeta è qualcuno che, essendo parte della comunità di fede, è chiamato da Dio a portare – alla comunità alla quale appartiene – la rivelazione della volontà di Dio. Nondimeno è vero che tutti i profeti furono perseguitati e molti uccisi. Il significato di questa affermazione non è quindi che per essere ascoltato un profeta deve essere un estraneo o un forestiero, ma che un profeta non è accettabile alla comunità alla quale appartiene perché dice cose scomode per la comunità. Il profeta non consola la comunità (a quello ci pensano i pastori, i preti e i rabbini) il profeta la affligge. Il profeta non è legato alla propria terra, è prima di tutto legato alla volontà di Dio! Questo è il problema.
2. Nel secondo punto del discorso Gesù fa due riferimenti all’Antico Testamento, il primo è la storia del profeta Elia a Serepta di Sidone dove ad una donna e a suo figlio pagani compie il miracolo dell’olio e della farina che non si esauriscono mai e poi risuscita il bambino morto. Il secondo riferimento biblico è quello del profeta Eliseo che guarisce il generale siriano (quindi pagano) Naaman dalla lebbra. È a questo punto che la situazione a Nazareth precipita, “e che c’entra adesso questo discorso sui pagani?” si chiede la gente.
Cerchiamo di capire bene cosa dice Gesù nella sinagoga di Nazareth. Avete notato che nel testo c’è un gioco di parole? Il testo di Isaia parla di «proclamare l’anno accettevole del Signore» e il proverbio citato da Gesù dice che «nessun profeta è ben accetto nella sua patria». La stessa parola: dektos. Gesù sta dicendo: “voi dite di aspettare l’anno accettevole del Signore, ma poi, quando arriva, non lo accettate, non siete pronti ad accoglierlo”. «L’anno accettevole del Signore» non viene per compiere i desideri umani, ma la volontà di Dio. «L’anno accettevole del Signore», cioè il regno di Dio che Gesù predica, non è offerto unicamente a Israele, ma è destinato a quanti cercano giustizia: poveri, prigionieri, ciechi, oppressi, siano essi giudei o pagani. L’obiettivo è più ampio di Nazareth, e anche di Israele, e la priorità non sono i nostri poveri e i nostri bisognosi, ma il ristabilimento della giustizia sulla faccia della terra che Dio ha creato. “Se questo equivoco vi scandalizza, se vi pare inaccettabile, l’evangelo andrà a chi lo accoglie, fossero pure i pagani”.

Come c’è stato un primo discorso di Gesù e poi una reazione della sinagoga, ora, al secondo discorso di Gesù corrisponde una seconda reazione della sinagoga. Le cose si mettono male. Fino ad ora tutto sembrava filare liscio, che cosa succede poi perché la mite comunità di Nazareth si trasformi in una plebaglia che tenta addirittura di uccidere colui che osannavano fino a un momento prima? Succede che di fatto Gesù ha detto alla sua comunità: “Dio non viene per voi!” “Come, Dio non viene per noi, e per chi altri dovrebbe venire!?” Questa vicenda di Gesù nella sinagoga di Nazareth sembra una anticipazione di ciò che accadrà alla fine, quando Gesù verrà rifiutato, verrà abbandonato da tutti, resterà solo e sarà preso, umiliato e crocifisso. Esattamente ciò che dice Giovanni nel prologo al suo Vangelo: «E’ venuto in casa sua e i suoi non l’hanno ricevuto» (Gv.1:11).

La buona notizia di oggi è che Gesù porta un Regno dove coloro che cercano giustizia: i poveri, i prigionieri, i ciechi e gli oppressi, la troveranno. Per questo siamo chiamati a condividere questa sollecitudine di Gesù per gli emarginati, i vulnerabili, quelli che sono fuori dei confini delle nostre chiese. Respingere il riguardo per costoro significa sostanzialmente rifiutare Gesù. Noi vogliamo rifiutare Gesù?! Non sia mai! Allora dobbiamo chiederci: la nostra fede, quella con cui orientiamo i nostri pensieri, quella con cui misuriamo le nostre parole, quella con cui prendiamo le nostre decisioni di vita, quella con cui compiamo le nostre azioni quotidiane; insomma, la fede che professiamo: è una buona notizia per i poveri? desidera la liberazione dei prigionieri? è capace di guarire? contempla la liberazione degli oppressi? Perché, se dovessimo scoprire che la nostra fede non ha né gli obiettivi, né le priorità che Gesù si poneva, rischieremmo di ripetere ciò che è avvenuto alla sinagoga di Nazareth, e cioè che là fuori ci sono quelli a cui è destinato il Regno e qui dentro quelli che ne rimarranno esclusi. Se non vogliamo che siano proprio le cose in cui crediamo a contraddire Gesù; se non vogliamo che siamo proprio noi – quelli a cui Gesù è stato dato – a rifiutarlo; dobbiamo ricordare che Gesù non viene per realizzare i nostri desideri, ma per realizzare la volontà di Dio; che Gesù non rispetta le nostre priorità, ma quelle di Dio; che noi credenti siamo chiamati a condividere, con la mente e con il cuore; a approvare, con i pensieri e con i fatti; a favorire, con le decisioni e con le azioni, la volontà di Dio.
Paolo dice: «Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà» (Rm. 12:2). A noi è richiesto un cambiamento, una trasformazione, un rinnovamento della nostra mente affinché possiamo NON piegare la volontà di Dio alle nostre aspettative, ma accogliere con gioia, con attesa, con entusiasmo questo messaggio, che non è: “ricordatevi dei poveri”, ma: “ricordatevi che il Regno di Dio viene per i poveri”. AMEN
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Un giorno una parola - commento a 1 Timoteo 6:17


L’opzione preferenziale di Gesù
per i poveri
di Italo Benedetti
11 gennaio 2019

Tu m’hai messo in cuore più gioia di quella che essi provano quando il loro grano e il loro mosto abbondano
Salmo 4:7

Ai ricchi in questo mondo ordina di non essere d’animo orgoglioso, di non riporre la loro speranza nell’incertezza delle ricchezze, ma in Dio, che ci fornisce abbondantemente di ogni cosa perché ne godiamo
I Timoteo 6:17

La Bibbia non è in generale contraria alle ricchezze materiali, il soddisfacimento dei bisogni materiali appartiene alle cose che Dio sopraggiunge alle innumerevoli benedizioni di cui copre i suoi figli e figlie. Però, il credente è chiamato a vivere nella moderazione e con generosità.
Gesù invece ha effettivamente fatto una opzione preferenziale per i poveri. Nel suo ministero ha mostrato amore, compassione e cura in particolare per coloro che erano in fondo alla scala sociale: poveri, malati, emarginati e peccatori.
Il primo cristianesimo ha assegnato una importanza cruciale all’atteggiamento della persona che possiede molti beni materiali, perché questi ultimi possono mettersi di traverso sulla strada del porre la propria fiducia in Dio e possono essere un impedimento alla sequela di Gesù.
L’apostolo Paolo dà indicazioni pastorali al suo discepolo Timoteo di prendersi cura tanto dei ricchi quanto dei poveri. Il pastore deve però aiutare i ricchi di beni materiali a non cadere nell’amore per la ricchezza e ad usare la logica dell’arricchimento per accumulare le opere buone. Per ottenere questo, devono affidarsi a Colui che dona generosamente tutto ciò di cui hanno bisogno. Il desiderio di accumulare ricchezza è una «sollecitudine ansiosa», un’ansia di prudenza, una specie di brama insaziabile di previdenza che di fatto ossessivamente attira la nostra attenzione su noi stessi e cela la sfiducia nel Signore.
Molti testi biblici riguardanti le ricchezze si presentano perciò come una aperta sfida al nostro intero sistema economico e culturale, perché la tranquillità del domani non proviene dalla previdenza, ma dalla provvidenza.
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Un giorno una parola – un commento a Giacomo 1, 12
Sopportare le prove della vita
di Italo Benedetti
07 gennaio 2019

Così parla il Signore degli eserciti: «Ecco, io li fonderò nel crogiuolo per saggiarli»
Geremia 9,7

Beato l’uomo che sopporta la prova; perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita, che il Signore ha promesso a quelli che lo amano
Giacomo 1,12

Innanzitutto, bisogna sgombrare il campo dalla sensazione che dietro queste parole ci sia il pensiero che Dio è all’origine delle prove che sovente piombano sulla nostra vita (un pensiero che comunque non è estraneo alla Bibbia). Qui c’è qualcosa di diverso, e cioè che Giacomo effettivamente dà un valore alle prove della vita e riconosce loro una funzione nel dare solidità alla fede. Quindi, il credente è chiamato a sopportare la prova, che in definitiva è un atteggiamento spirituale di fortezza e di speranza che determina la qualità della fede.

Sopportare la prova significa – prima ancora di assegnare colpe a se stessi e ad altri – di prendersi del tempo per mettersi all’ascolto. La fede soprattutto ascolta; ascolta la parola di Dio, si lascia giudicare da essa; e ascolta anche il fratello e la sorella, affinché quella parola ci giunga da fuori di noi. Ascoltare vuol dire raccogliere, e non soltanto rimuginare, pensieri per cercare il senso di ciò che ci accade.

Sopportare la prova significa anche – prima di soccombere o fuggire – di assumersi la responsabilità della propria vita. La fede ascolta e poi risponde, non solo con le parole, ma anche con le azioni degli uomini e delle donne libere, che sanno prendere decisioni e non hanno un «animo doppio, instabile in tutte le sue vie». Essere responsabili vuol dire attuare le risposte concrete alle nostre prove.

Il credente non è chiamato ad una superiorità morale, però effettivamente gli viene chiesto di non lasciarsi vivere. Una fede provata è a sua volta prova di speranza, di fiducia, e di amore per il Signore, il quale ci rende destinatari della promessa della «corona della vita», che è il segno della vittoria lì dove sembrava profilarsi un fallimento.
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