Chiesa Evangelica Battista di Civitavecchia

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Comunità in conversione ecologica
ECO-COMUNITA'
La chiesa battista di Civitavecchia in TV
Una Eco-Comunità a Civitavecchia - La chiesa battista - Trasmissione di Rai2 - Protestantesimo
Gen. Augusto Spuri della comunità di Civitavecchia
Trasmissione di Rai2 - Protestantesimo sui cambiamenti climatici. Intervista al Gen. Augusto Spuri, membro della chiesa battista di Civitavecchia
Orari dei principali incontri
Domenica
ore 10:30 - Culto
ore 10:30 - Scuola domenicale
Lunedì
ore 21:00 - Prove del coro
Mercoledì
ore 18:30 - Studio biblico
Giovedì
ore 21:00 - Preghiera
Sabato
ore 16:30 - Incontro giovani

Riflessione
Un amore "eterno"
di Italo Benedetti
17 febbraio 2019

1Giovanni 4:9
In questo si è manifestato per noi l'amore di Dio: che Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo affinché, per mezzo di lui, vivessimo.

Questo verso biblico afferma che Dio ha fatto conoscere il suo amore per noi mandando suo Figlio Gesù nel mondo in modo che noi potessimo vivere per mezzo suo. Dio, per farci conoscere il suo amore, non ci ha mostrato un sentimento, ma ha mandato per noi Gesù. L’amore di Dio si è fatto carne e sangue come noi siamo carne e sangue. Gesù è Dio calato nella realtà umana.
Dio non ci ha comunicato il suo amore attraverso dei sentimenti, ma lo ha calato nella nostra realtà. Anche il nostro amore non può rimanere sentimentale. Dio ci scampi dai nostri sentimenti fluttuanti, che un giorno sono intensi e un altro sono fiacchi, che oggi sembrano immortali e domani sono finiti! Di un amore sentimentale non puoi mai essere sicuro.
L’amore di cui noi abbiamo tremendamente bisogno deve essere «eterno», questo è l’aggettivo con cui iniziano tutte le storie d’amore. Con eterno intendiamo stabile, fedele, che cresce ogni giorno nella relazione, che non ti lascia solo e che non finisce con un «non ti amo più».
Per avere queste caratteristiche di eternità di cui sentiamo tanto il bisogno nella vita, l’amore ha bisogno di essere sacrificale, che poi significa calato nella realtà, quella realtà umana che è fatta di errori, di cambiamenti, di infedeltà. Spesso la realtà è che le persone non sono sempre amabili e non sempre si meritano l’amore, noi compresi. Sacrificale significa pronto a pagare il prezzo del valore dell’amore, perché una vita senza amore perde molto del suo significato.
L’amore di Dio manifestatosi in Gesù, che si è chinato verso di noi e ha sacrificato per noi qualcosa di sé, ci ha resi capaci di calare l’amore nella concretezza della realtà e delle persone per renderlo eterno.
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Riflessione
Si, caro cristiano,
hai bisogno della Chiesa
di: Josh Buice
24 Novembre 2017

L’idea che, da qualche parte lungo il cammino della rettitudine, mettiamo da parte il nostro bisogno di chiesa, sembra essere una delle trappole più diffuse. Forse hai incontrato qualcuno che era troppo impegnato per la chiesa o hai incoraggiato coloro che pensavano di essere troppo importanti per la comunità: ciò che una volta era l’aspetto centrale della loro vita, è diventato un passatempo occasionale. Di tanto in tanto, abbiamo tutti bisogno di un salutare suggeritore che ci ricordi la necessità della chiesa in tutte le stagioni e i successi della vita.
Abbiamo bisogno della Chiesa per il culto, non per l’intrattenimento o la performance.
Quando la chiesa primitiva è dipinta nelle prime pagine di Atti (Atti 2: 4247), vediamo la scena di un’assemblea in adorazione. Concentrato attorno alla Parola, il popolo rispondeva a Dio attraverso una vita che rifletteva il ritmo del culto: non vedi persone alla ricerca del loro genere musicale, che usano la chiesa come un palcoscenico al fine di soddisfare il proprio fabbisogno narcisistico di essere visti, di farsi ascoltare e di esibirsi; vedi un popolo unito nell’adorare il Dio superno che creò l’universo dal nulla e lo trasse in salvo attraverso il sangue di Cristo.
Molto spesso, nella mia esperienza di vita ecclesiastica e di ministro, ho notato che il meno è un plus: una concentrazione maggiore su Dio, e meno pragmatismo, è sempre una dieta molto più salutare per la chiesa.  
Abbiamo bisogno della Chiesa per una crescita spirituale.
Nella prima lettera alla chiesa di Tessalonica, Paolo spiega la chiamata della chiesa a vivere delle vite sante, responsabili e che esaltino Dio (1 Tessalonicesi 3:12-4:12). Senz’altro bisogna affermare che la crescita spirituale nella chiesa richiede anche persone dedite alla disciplina ecclesiastica (vedi Matteo 18). La Parola di Dio sottolinea il fatto che la Sua volontà non è mai per il cristiano affinché cresca vaccinato spiritualmente o su un’isola deserta. Attraverso la comunità di una chiesa locale, il popolo di Dio esercita all’unisono i suoi doni spirituali e, da questo, ne consegue l’accrescimento spirituale. Nella chiesa tutti contano! La chiesa non è un edificio, è un popolo chiamato per la gloria di Dio. È impossibile essere parte della Sua chiesa senza immergerti nel corpo locale dei seguaci di Cristo.  
Abbiamo bisogno della Chiesa per un’amicizia Cristo-centrica.
Come leggiamo ne “Il Pellegrinaggio del Cristiano” di John Bunyan, abbiamo bisogno di compagnia lungo il viaggio della fede. Non siamo programmati per scalare il nostro sentiero verso la Città Celeste da soli. Cristo ci ha dato teneramente una sequela di pellegrini e sarebbe una decisione che affligge l’anima, la pretesa di affrontare la vita senza un’amicizia Cristo-centrica. Questo vale per tutti i membri di chiesa, i pastori che la guidano inclusi. L’amicizia cristiana ci consente di cercare suggerimenti, ricevere responsabilizzazione, rimanere saldi nella fede e incitare l’altro a carità ed a buone opere (Ebrei 10:24-25). Se le persone della tua chiesa non ti conoscono, non sei veramente parte di essa.
Abbiamo bisogno della Chiesa per la guida biblica.
Il tour autogestito della cristianità non esiste, non è praticabile per un vero credente. Insieme agli anziani che sono chiamati a pascerla fedelmente (vedi 1 Pietro 5:1-11), Dio ha sovranamente designato la sua Chiesa. Come sarebbe folle per un inesperto analista dati lasciare il suo buco di New York e organizzare un meeting tenuto in solitaria sull’Everest, così sono questi che pensano di poter navigare per un mondo aspro e decaduto senza
presentarsi ai loro pastori. In un’epoca in cui Youtube e Google propinano qualsiasi ricetta o video su “come fare”, possiamo solo immaginare cosa può succedere, ma Dio non ha chiamato Google o Youtube per servire come nostri pastori.   
Abbiamo bisogno della Chiesa per le missioni.
Nel momento in cui Cristo era in procinto di lasciare il suolo terrestre, pronunciò alcune parole estremamente importanti per i suoi seguaci. Egli disse: “Ogni podestà mi è data in cielo, ed in terra. Andate adunque, ed ammaestrate tutti i popoli; battezzandoli nel nome del Padre, e del Figliuolo, e dello Spirito Santo; insegnando loro di osservare tutte le cose che vi ho comandate. Or ecco, io son con voi in ogni tempo, infino alla fin del mondo” (Matteo 28:18-20). Il Grande Mandato non è un grande suggerimento. È un comandamento che ci è stato dato da Cristo, ma dobbiamo ricordare che non può essere osservato in solitudine. Da solo, usando soltanto organizzazioni para-ecclesiastiche, persino un milite cristiano (che è un ossimoro) non è in grado di portare a compimento il Grande Mandato. Se un singolo cristiano vi si impegna con dedizione, deve essere attraverso il contesto di una locale, tangibile, chiesa neotestamentaria.
La chiesa non è un’opzione per alcuni, è un mandato per tutti i cristiani. Essere cristiano presuppone partecipazione alla comunità locale. Una volta, Charles Spurgeon sottolineò: “Nessuno può far tanto danno alla chiesa di Dio, quanto l’uomo che è tra le mura ma non nel mezzo della sua vita”. Nel momento in cui passiamo attraverso le varie stagioni della vita, dobbiamo evitare l’arrogante ed auto-sufficiente ideologia dell’autonomia spirituale: non ha un lieto fine.
Trasmetterai questo messaggio ai tuoi amici?

(Traduzione dall'inglese di Luca De Benedictis)

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Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani 2019

Per chi viene il Regno di Dio?
di Italo Benedetti
(22 gennaio 2019 - Parrocchia di Pantano - Civitavecchia)

Luca 4:14-30
14 Gesù, nella potenza dello Spirito, se ne tornò in Galilea; e la sua fama si sparse per tutta la regione. 15 E insegnava nelle loro sinagoghe, glorificato da tutti.
16 Si recò a Nazaret, dov'era stato allevato e, com'era solito, entrò in giorno di sabato nella sinagoga. Alzatosi per leggere, 17 gli fu dato il libro del profeta Isaia. Aperto il libro, trovò quel passo dov'era scritto:
18 «Lo Spirito del Signore è sopra di me,
perciò mi ha unto per evangelizzare i poveri;
mi ha mandato per annunciare la liberazione ai prigionieri
e il ricupero della vista ai ciechi;
per rimettere in libertà gli oppressi,
19 per proclamare l'anno accettevole del Signore».
20 Poi, chiuso il libro e resolo all'inserviente, si mise a sedere; e gli occhi di tutti nella sinagoga erano fissi su di lui.
21 Egli prese a dir loro: «Oggi, si è adempiuta questa Scrittura, che voi udite». 22 Tutti gli rendevano testimonianza, e si meravigliavano delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca, e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?» 23 Ed egli disse loro: «Certo, voi mi citerete questo proverbio: "Medico, cura te stesso; fa' anche qui nella tua patria tutto quello che abbiamo udito essere avvenuto in Capernaum!"» 24 Ma egli disse: «In verità vi dico che nessun profeta è ben accetto nella sua patria. 25 Anzi, vi dico in verità che ai giorni di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e vi fu grande carestia in tutto il paese, c'erano molte vedove in Israele; 26 eppure a nessuna di esse fu mandato Elia, ma fu mandato a una vedova in Sarepta di Sidone. 27 Al tempo del profeta Eliseo, c'erano molti lebbrosi in Israele; eppure nessuno di loro fu purificato; lo fu solo Naaman, il Siro».
28 Udendo queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni d'ira. 29 Si alzarono, lo cacciarono fuori dalla città, e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale era costruita la loro città, per precipitarlo giù. 30 Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.
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Grazie dell’invito e dell’accoglienza in questa parrocchia; un caro saluto a tutto il popolo cristiano raccolto qui e a tutti i ministri delle diverse chiese rappresentate, ringrazio il vescovo don Luigi Marrucci della sua presenza e Felice e Lucia Mari che tanto si adoperano perché questa settimana di preghiera riesca così bene.
Mi sono preso la libertà di allargare il testo della predicazione al suo contesto perché mi pare essenziale alla sua comprensione. In particolare, così si capisce lo schema degli avvenimenti raccontati; per esempio, che ci sono due discorsi di Gesù e due reazioni alle sue parole. L’insieme compone un unico messaggio, che non è un banale “ricordatevi dei poveri” …

Dopo essersi fatto battezzare da Giovanni battista nel Giordano e dopo aver superato le tentazioni nel deserto, Gesù ritorna in Galilea, la sua regione di provenienza. Là predica e compie opere potenti acquistando fama e riconoscimenti. Nel suo giro include anche Nazareth, la città nella quale era cresciuto e aveva sempre vissuto. La sinagoga nella quale predica doveva essere quella nella quale era cresciuto; piena di zii e parenti, amici di famiglia, cugini e compagni, ma anche i genitori, i fratelli e le sorelle (…). Entrato, segue lo svolgimento consueto del rito della sinagoga, gli porgono un rotolo dal quale deve leggere la lezione del giorno e poi commentarla. Il rotolo che gli tendono è quello di Isaia, dal quale legge i primi due versetti del capitolo 61. Lo legge in piedi, poi riconsegna il rotolo all’attendente, si siede e tutti si dispongono all’ascolto.
Nel suo discorso, Gesù applica a sé stesso le parole del profeta e dice che c’è una buona notizia per i poveri, i prigionieri, gli ammalati e gli oppressi; che lo Spirito di Dio lo ha investito e lo ha unto per portare questa buona notizia e proclamare che questo sarà l’anno della benevolenza di Dio; che la parola del profeta si realizza lì, davanti ai loro occhi. La profezia di Isaia risulta una sorta di programma, di manifesto del ministero di Gesù appena iniziato.

Le cose vanno alla grande, viene detto che «tutti gli rendevano testimonianza, e si meravigliavano delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca». Tutti! Questa non è l’unica volta in cui nel vangelo di Luca viene detto che la reazione al messaggio di Gesù è caratterizzata da meraviglia, ammirazione e stupore, “ma questo non è il figlio di Giuseppe il falegname?” Questa è la reazione genuina, appropriata, autentica, adeguata alla buona notizia che Dio è all’opera nel mondo in Gesù: meraviglia, ammirazione, stupore. È la reazione che dovrebbe provocare in noi la lettura del vangelo, il suo ascolto. Dovremmo essere affascinati da Gesù. Comunque, la comunità di Gesù accoglie con favore ed orgoglio le parole di questo loro figlio: “quanta povertà e ingiustizia c’è per le strade della nostra povera città, quanti sono in prigione, quanti ciechi, quanti lebbrosi, quanta oppressione da parte dei romani” …

Ma i compaesani di Gesù ancora non sanno quello che sappiamo noi, cioè che Gesù non è esattamente il figlio di Giuseppe il falegname, ma è il Figlio unigenito di Dio, la Parola di Dio incarnata, il Cristo. Il suo ministero non ha né come obiettivo, né come priorità la comunità di Nazareth. Gesù, che ha capito l’equivoco in cui sono caduti i suoi parenti e compaesani, è costretto a fare un secondo discorso, con due punti:
1. Cita un proverbio: «Certo, voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso; fa’ anche qui nella tua patria tutto quello che abbiamo udito essere avvenuto in Capernaum!”» che più o meno significa: “se tu sei la realizzazione di tutte queste promesse, è in mezzo a noi, nella tua patria, nella tua comunità, che devi – prima di tutto – operare con la tua potenza. Non è che prima dici che sei il compimento delle promesse profetiche e poi te ne vai altrove senza che noi beneficiamo della tua potenza!” Ma Gesù, incomprensibilmente, rovina tutto il clima di sostegno che aveva creato, annunciando che a Nazareth non avrebbe compiuto alcun segno: «In verità vi dico che nessun profeta è ben accetto nella sua patria».
Per capire bene bisogna notare due cose: la prima è che Gesù con questo proverbio afferma di essere un profeta: “ah… e quand’è che sei stato unto profeta?” si chiedono i suoi compaesani e parenti.
La seconda cosa da notare è questa, che un profeta è qualcuno che, essendo parte della comunità di fede, è chiamato da Dio a portare – alla comunità alla quale appartiene – la rivelazione della volontà di Dio. Nondimeno è vero che tutti i profeti furono perseguitati e molti uccisi. Il significato di questa affermazione non è quindi che per essere ascoltato un profeta deve essere un estraneo o un forestiero, ma che un profeta non è accettabile alla comunità alla quale appartiene perché dice cose scomode per la comunità. Il profeta non consola la comunità (a quello ci pensano i pastori, i preti e i rabbini) il profeta la affligge. Il profeta non è legato alla propria terra, è prima di tutto legato alla volontà di Dio! Questo è il problema.
2. Nel secondo punto del discorso Gesù fa due riferimenti all’Antico Testamento, il primo è la storia del profeta Elia a Serepta di Sidone dove ad una donna e a suo figlio pagani compie il miracolo dell’olio e della farina che non si esauriscono mai e poi risuscita il bambino morto. Il secondo riferimento biblico è quello del profeta Eliseo che guarisce il generale siriano (quindi pagano) Naaman dalla lebbra. È a questo punto che la situazione a Nazareth precipita, “e che c’entra adesso questo discorso sui pagani?” si chiede la gente.
Cerchiamo di capire bene cosa dice Gesù nella sinagoga di Nazareth. Avete notato che nel testo c’è un gioco di parole? Il testo di Isaia parla di «proclamare l’anno accettevole del Signore» e il proverbio citato da Gesù dice che «nessun profeta è ben accetto nella sua patria». La stessa parola: dektos. Gesù sta dicendo: “voi dite di aspettare l’anno accettevole del Signore, ma poi, quando arriva, non lo accettate, non siete pronti ad accoglierlo”. «L’anno accettevole del Signore» non viene per compiere i desideri umani, ma la volontà di Dio. «L’anno accettevole del Signore», cioè il regno di Dio che Gesù predica, non è offerto unicamente a Israele, ma è destinato a quanti cercano giustizia: poveri, prigionieri, ciechi, oppressi, siano essi giudei o pagani. L’obiettivo è più ampio di Nazareth, e anche di Israele, e la priorità non sono i nostri poveri e i nostri bisognosi, ma il ristabilimento della giustizia sulla faccia della terra che Dio ha creato. “Se questo equivoco vi scandalizza, se vi pare inaccettabile, l’evangelo andrà a chi lo accoglie, fossero pure i pagani”.

Come c’è stato un primo discorso di Gesù e poi una reazione della sinagoga, ora, al secondo discorso di Gesù corrisponde una seconda reazione della sinagoga. Le cose si mettono male. Fino ad ora tutto sembrava filare liscio, che cosa succede poi perché la mite comunità di Nazareth si trasformi in una plebaglia che tenta addirittura di uccidere colui che osannavano fino a un momento prima? Succede che di fatto Gesù ha detto alla sua comunità: “Dio non viene per voi!” “Come, Dio non viene per noi, e per chi altri dovrebbe venire!?” Questa vicenda di Gesù nella sinagoga di Nazareth sembra una anticipazione di ciò che accadrà alla fine, quando Gesù verrà rifiutato, verrà abbandonato da tutti, resterà solo e sarà preso, umiliato e crocifisso. Esattamente ciò che dice Giovanni nel prologo al suo Vangelo: «E’ venuto in casa sua e i suoi non l’hanno ricevuto» (Gv.1:11).

La buona notizia di oggi è che Gesù porta un Regno dove coloro che cercano giustizia: i poveri, i prigionieri, i ciechi e gli oppressi, la troveranno. Per questo siamo chiamati a condividere questa sollecitudine di Gesù per gli emarginati, i vulnerabili, quelli che sono fuori dei confini delle nostre chiese. Respingere il riguardo per costoro significa sostanzialmente rifiutare Gesù. Noi vogliamo rifiutare Gesù?! Non sia mai! Allora dobbiamo chiederci: la nostra fede, quella con cui orientiamo i nostri pensieri, quella con cui misuriamo le nostre parole, quella con cui prendiamo le nostre decisioni di vita, quella con cui compiamo le nostre azioni quotidiane; insomma, la fede che professiamo: è una buona notizia per i poveri? desidera la liberazione dei prigionieri? è capace di guarire? contempla la liberazione degli oppressi? Perché, se dovessimo scoprire che la nostra fede non ha né gli obiettivi, né le priorità che Gesù si poneva, rischieremmo di ripetere ciò che è avvenuto alla sinagoga di Nazareth, e cioè che là fuori ci sono quelli a cui è destinato il Regno e qui dentro quelli che ne rimarranno esclusi. Se non vogliamo che siano proprio le cose in cui crediamo a contraddire Gesù; se non vogliamo che siamo proprio noi – quelli a cui Gesù è stato dato – a rifiutarlo; dobbiamo ricordare che Gesù non viene per realizzare i nostri desideri, ma per realizzare la volontà di Dio; che Gesù non rispetta le nostre priorità, ma quelle di Dio; che noi credenti siamo chiamati a condividere, con la mente e con il cuore; a approvare, con i pensieri e con i fatti; a favorire, con le decisioni e con le azioni, la volontà di Dio.
Paolo dice: «Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà» (Rm. 12:2). A noi è richiesto un cambiamento, una trasformazione, un rinnovamento della nostra mente affinché possiamo NON piegare la volontà di Dio alle nostre aspettative, ma accogliere con gioia, con attesa, con entusiasmo questo messaggio, che non è: “ricordatevi dei poveri”, ma: “ricordatevi che il Regno di Dio viene per i poveri”. AMEN
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Un giorno una parola - commento a 1 Timoteo 6:17


L’opzione preferenziale di Gesù
per i poveri
di Italo Benedetti
11 gennaio 2019

Tu m’hai messo in cuore più gioia di quella che essi provano quando il loro grano e il loro mosto abbondano
Salmo 4:7

Ai ricchi in questo mondo ordina di non essere d’animo orgoglioso, di non riporre la loro speranza nell’incertezza delle ricchezze, ma in Dio, che ci fornisce abbondantemente di ogni cosa perché ne godiamo
I Timoteo 6:17

La Bibbia non è in generale contraria alle ricchezze materiali, il soddisfacimento dei bisogni materiali appartiene alle cose che Dio sopraggiunge alle innumerevoli benedizioni di cui copre i suoi figli e figlie. Però, il credente è chiamato a vivere nella moderazione e con generosità.
Gesù invece ha effettivamente fatto una opzione preferenziale per i poveri. Nel suo ministero ha mostrato amore, compassione e cura in particolare per coloro che erano in fondo alla scala sociale: poveri, malati, emarginati e peccatori.
Il primo cristianesimo ha assegnato una importanza cruciale all’atteggiamento della persona che possiede molti beni materiali, perché questi ultimi possono mettersi di traverso sulla strada del porre la propria fiducia in Dio e possono essere un impedimento alla sequela di Gesù.
L’apostolo Paolo dà indicazioni pastorali al suo discepolo Timoteo di prendersi cura tanto dei ricchi quanto dei poveri. Il pastore deve però aiutare i ricchi di beni materiali a non cadere nell’amore per la ricchezza e ad usare la logica dell’arricchimento per accumulare le opere buone. Per ottenere questo, devono affidarsi a Colui che dona generosamente tutto ciò di cui hanno bisogno. Il desiderio di accumulare ricchezza è una «sollecitudine ansiosa», un’ansia di prudenza, una specie di brama insaziabile di previdenza che di fatto ossessivamente attira la nostra attenzione su noi stessi e cela la sfiducia nel Signore.
Molti testi biblici riguardanti le ricchezze si presentano perciò come una aperta sfida al nostro intero sistema economico e culturale, perché la tranquillità del domani non proviene dalla previdenza, ma dalla provvidenza.
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Un giorno una parola – un commento a Giacomo 1, 12
Sopportare le prove della vita
di Italo Benedetti
07 gennaio 2019

Così parla il Signore degli eserciti: «Ecco, io li fonderò nel crogiuolo per saggiarli»
Geremia 9,7

Beato l’uomo che sopporta la prova; perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita, che il Signore ha promesso a quelli che lo amano
Giacomo 1,12

Innanzitutto, bisogna sgombrare il campo dalla sensazione che dietro queste parole ci sia il pensiero che Dio è all’origine delle prove che sovente piombano sulla nostra vita (un pensiero che comunque non è estraneo alla Bibbia). Qui c’è qualcosa di diverso, e cioè che Giacomo effettivamente dà un valore alle prove della vita e riconosce loro una funzione nel dare solidità alla fede. Quindi, il credente è chiamato a sopportare la prova, che in definitiva è un atteggiamento spirituale di fortezza e di speranza che determina la qualità della fede.

Sopportare la prova significa – prima ancora di assegnare colpe a se stessi e ad altri – di prendersi del tempo per mettersi all’ascolto. La fede soprattutto ascolta; ascolta la parola di Dio, si lascia giudicare da essa; e ascolta anche il fratello e la sorella, affinché quella parola ci giunga da fuori di noi. Ascoltare vuol dire raccogliere, e non soltanto rimuginare, pensieri per cercare il senso di ciò che ci accade.

Sopportare la prova significa anche – prima di soccombere o fuggire – di assumersi la responsabilità della propria vita. La fede ascolta e poi risponde, non solo con le parole, ma anche con le azioni degli uomini e delle donne libere, che sanno prendere decisioni e non hanno un «animo doppio, instabile in tutte le sue vie». Essere responsabili vuol dire attuare le risposte concrete alle nostre prove.

Il credente non è chiamato ad una superiorità morale, però effettivamente gli viene chiesto di non lasciarsi vivere. Una fede provata è a sua volta prova di speranza, di fiducia, e di amore per il Signore, il quale ci rende destinatari della promessa della «corona della vita», che è il segno della vittoria lì dove sembrava profilarsi un fallimento.
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